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Siti Archeologici Provincia dell'Aquila

Amplero

Comune:  Collelongo
Tipologia:  Sito romano, teatro, tempio, cisterna, cinta muraria, centro fortificato
Come arrivare:  A24/A25 RM-PE uscita Pescina/ proseguire in direzione Ortucchio/ Trasacco/ Collelongo da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ A25 direzione Roma uscita Pescina/ proseguire in direzione Ortucchio/ Trasacco/ Collelongo
Notizie:  Non si conosce bene la derivazione del nome Collelongo ma secondo supposizioni, avvalorate dall'esistenza di un documento cassinese dell'XI secolo, deriverebbe dai monti circostanti detti Logagna. Dalle poche fonti a disposizione risulta che il paese sia sorto tra il X o XI secolo, in seguito al raggruppamento degli abitanti dei sette castelli: Bettonica, Troja, Mesula, Rocca di Acero, Castulo, Moscuso e Slavo. Appare menzionato nel XII secolo nel Catalogo dei Baroni in cui si legge: "il conte Ruggiero di Albe tiene in servizio Collelongo e Rocca di Cerri, che sono un feudo di quattro soldati". Nel 1268, lo stesso feudo entra nei possedimenti angioini e donato dallo stesso Carlo d'Angiò a Giovanni Matteo, per ringraziarlo dell'aiuto che gli aveva prestato contro Corradino di Svevia. Nel 1316 risulta ancora una volta nella contea di Albe per poi passare nella seconda metà del secolo tra i possedimenti dei conti di Celano. Il feudo fu venduto nel 1582 a Girolamo Carlucci di Magliano, la cui moglie lo portò in eredità alla famiglia Sannesi che lo trasmisero ai Pignatelli, signori di San Demetrio dei Vestini. Il feudatario Cesare Pignatelli ne entrò in possesso nel 1752 e lo conservò fino al 1806, anno in cui a seguito della nuova legislazione francese, vennero aboliti i feudi. In questa circostanza Villavallelonga, nota in antichità come Villa di Collelongo, si separò divenendo comune autonomo. Il territorio era abitato sin dall'epoca preromana. Gli scavi archeologici hanno infatti portato alla luce resti di cinte murarie del Monte Annamunna e del Colle La Croce, il frammento scultoreo noto come "gambe del diavolo" e i Kardiophylkes, dischi bronzei decorati usati per la protezione del cuore realizzati in Epoca preromana. Nel 1889 venne rinvenuta la stele funeraria che sotto il nome del defunto, ricordato con il suo nome completo di cittadino romano nato libero e la sua appartenenza alla tribù Sergia, in cui vennero iscritti i marsi quando ricevettero la cittadinanza romana dopo la Guerra Sociale. L'iscrizione, datata fine I secolo a.C., parla di un giovane militare di carriera, forse comandante di una centuria o di una corte di 600 uomini e presenta raffigurate tre torques, braccialetti metallici elastici e aperti con estremità a testa di serpente, nella parte alta, nel lato destro e sinistro, sono rappresentate due lance senza punta di ferro e due insiemi scudetti o borchie metalliche collegate tra loro da cinghie, nella parte centrale, come culmine della rappresentazione, una corona aurea. La Valle di Amplero. Scoperta nel corso dell'800 da Carmelo Mancini e in seguito dal Cianfarani, la zona archeologica a nord della Valle d'Amplero, conosciuta come la Giostra, fu scelta come campo d'indagine dell'Università di Pisa nel 1968. Le ricerche iniziate nel 1978 portarono alla luce la cinta fortificata, l'area di culto, il santuario e la cisterna. La cinta fortificata si estende per 350 metri e racchiude un'area di circa un ettaro. Ha andamento ovale ed è costituita da un doppio paramento in opera poligonale con riempimento a sacco di pietrame; i blocchi sono disposti con una certa accuratezza senza fossa di fondazione. Lo scavo ha evidenziato tracce della distruzione avvenuta tra la fine del IV e gli inizi del III secolo, di una tettoia o capanna costruita a ridosso del muro. La cinta fortificata presenta un'unica porta d'ingresso a corridoio interno obliquo, leggermente in salita, posta sul versante meridionale della collina, chiusa da un portone e un foro squadrato, scavato nella roccia, mostra ancora la posizione del suo stipite. Successivamente l'ingresso subì una parziale chiusura a filo del muro di cinta che ne ha ridotto le dimensioni. L'area di culto presenta resti di un edifico a pianta rettangolare con deposito votivo, realizzato nel banco di roccia, in cui sono stati rinvenuti vasi in ceramica acroma, a vernice nera ed ex-voto di terracotta. Gli ex-voto per lo più raffiguranti figure femminili stanti, qualche figura maschile e numerosi raffigurazioni di arti inferiori, che con ogni probabilità venivano dedicati per la guarigione dalle malattie. Una statua in terracotta, priva di testa, di un uomo togato anche lui identificato come un offerente. Molto probabilmente il culto era rivolto ad una divinità femminile come testimoniano i ritrovamenti di numerose statuette di madri che allattano il proprio figlio. La cisterna che con ogni probabilità raccoglieva acqua piovana del vicino edificio rettangolare, presenta un pozzo scavato nella roccia rivestito da uno spesso strato di argilla impermeabilizzante e foderata da un'accurata e evoluta opera poligonale. La cisterna presenta una banchina anulare che sporge dal parametro murario in prossimità del fondo ed aveva lo scopo di facilitare la raccolta delle acque e l'eliminazione di eventuali depositi. Il Santuario, di piccole dimensioni e realizzato in opera incerta, è articolato in tre vani preceduti da un ampio atrio porticato. L'ambiente centrale presenta una base in muratura, pavimento in opus signinum rosso (battuto di laterizio triturato) ed è impreziosito da un tappeto centrale di forma quadrata realizzato in scaglie di calcare bianco mentre le pareti erano affrescate in base al secondo stile pompeiano. Realizzato nel corso del I secolo a.C. con molta probabilità il Santuario era dedicato alla dea Diana, come attesta il rinvenimento di una piccola statua acefala in terracotta di raffinata qualità, identificata come tale sia per l'abbigliamento, calzari e veste, sia per gli attributi, un piccolo animale, forse una lepre, che la divinità regge nelle mani e un il cane accovacciato ai suoi piedi. La necropoli si sviluppa nella valletta del Cantone, lungo percorsi naturali che collegano la Valle di Amplero e la Conca fucense, con sepolture ricavate nel pendio, divise su due file e collegate tra loro da un piccolo muretto. Sono presenti tombe a cassa o a loculo, ricoperte da lastroni di pietra o da volta in opera cementizia, con ingresso anteriore chiuso da un muretto a cui si addossava la stele-porta. Solitamente il defunto era sepolto con le vesti: nelle tombe femminili sono stati rinvenuti fibule di ferro, borchiette di bronzo argentato dei calzari, balsamari in terracotta e vetro, scatoline per il trucco, specchietti bronzei, in quelle maschili, strigili di ferro (-- ). Nel corso dello scavo è stato riportato alla luce anche il rivestimento in osso di un letto funerario, costituito da oltre settecento elementi, lavorati al tornio o scolpiti. Non lontano dal sito sono state recuperate alcune lapidi, tra cui una stele-porta a due battenti con maniglie sormontate da un timpano triangolare liscio o decorato da un crescente lunare, oltre ad un letto in osso, noto come letto di Amplero. Il letto, di produzione artigianale tipica dell'Italia centrale, è un'imitazione dei letti di lusso di epoca ellenistica. Datato fine II secolo a.C. inizio del I , venne realizzato in avorio ed ha gambe tornite e decorazione laterale dei fulcra, cioè del poggiatesta e del poggiapiedi, con profilo a "S": nella parte inferiore è un medaglione con testa o busto, nella parte centrale una cornice sagomata e nella parte superiore una testa di animale. L'insediamento di San Castro: insediamento di notevoli dimensioni individuato durante la campagna di scavo del 1985-1987, ubicato su una serie di terrazzamenti in opera poligonale, presentava edifici di carattere monumentale e una zona adibita a sepoltura, ancora in uso dopo l'abbandono dell'abitato. Addossata ad uno dei terrazzamenti, è stata messa in luce una cisterna di forma rettangolare, realizzata in doppia muratura in opera incerta, coperta probabilmente da una volta con rivestimento di cocciopesto idraulico. Sono presenti numerosi materiali edilizi: pietre squadrate, resti di tegole e coppi. Lo scavo condotto a più riprese tra il 1980 e il 1987 nella zona della necropoli ha restituito una serie di sepolture di età repubblicana a grotticella ricavate nel banco di roccia calcarea, forse destinate a più sepolture. La maggiorparte delle sepolture ad inumazione riguardano bambini molto piccoli deposti in terra e privi di corredo, altre appartengono a due adulti, un uomo e una donna, con corredo modesto. Durante lo scavo è stato rinvenuto un unico blocco monolitico di chiusura sepolcrale raffigurante una porta su cui è ancora parzialmente leggibile il nome della defunta. Il centro fortificato di "La Scodata" (Monte Annamunna). Non molto lontano dalla Valle di Amplero, a quota 1210, ci sono resti discretamente conservati del recinto murario in opera poligonale, con circonferenza di ottocento metri. All'interno è presente una cisterna e non molto distante dal recinto ci sono resti di un edificio antico segnalato da tegolame, al cui interno sono stati rinvenuti frammenti di vasellame a vernice nera e una moneta argentea di Neapolis. La villa romana di "Volubre". In località Vallelonga, sotto il Monte Meria a confine con Trasacco, ci sono resti murari in opera incerta e reticolata di una villa romana di Età giulio-claudia, che ha restituito numerosi dolia interrati con restauri in piombo e un sigillo bronzeo iscritto del proprietario della villa nel II secolo d.C. ( M(arci) Aureli/ Hiletiai). Il centro fortificato di "Castelluccio" di Colle La Croce. All'imbocco di Valle Canale sono stati riportati alla luce i resti del centro fortificato di Castelluccio con una recinzione di seicento metri e dotata di porta di accesso, del tipo a corridoio interno obliquo. I materiali rinvenuti al suo interno ci testimoniano l'utilizzo del sito dal VI al II secolo a.C. Nelle vicinanze del Fontanile di Canale, sulla sommità della montagna, sono ancora visibili i resti di un piccolo castello-recinto di Epoca medievale, collocabile tra il XII e il XIII secolo, dotato di torrette rompitratta ad U e mastio a pianta quadrata al vertice. L'insediamento dell'età del bronzo e il vicus di Fonte Jò. In località Fonte di sotto. è posto l'insediamento ai piedi di Monte Malpasso. Oggetto di scavo nel 1959, le indagini hanno recuperato materiali ceramici dell'Età del bronzo, subappennino e protovillanoviano, con fondi di capanne cosparsi di scorie di bronzo e di ferro. Nella stessa area è presente un piccolo vicus italico-romano testimoniato da murature in opera incerta, un pozzo circolare vicino la fonte, un'area cultuale con bronzetti di Ercole e tombe tardo repubblicana. In località Casalecchie-Bone Fisie e ai Colli sono visibili i resti di abitazioni con murature in opera incerta, materiale votivi e tombe tardo-repubblicane e imperiali. Il centro fortificato di Civita rosa di Colle Colubrina. Il centro fortificato attivo tra il V e il II secolo a.C., controllava con molta probabilità le antiche strade tra Vallelunga e la Valle Roveto. L'ocre presenta pianta serpentiforme e recinzione muraria, di cui rimangono solo tracce sul versante sud-ovest. All'interno sono stati rinvenuti vasellame da mensa, un bronzetto di Ercole combattente, scorie di lavorazione del ferro. Non molto distante i resti di un piccolo santuario italico-romano, datato III-II secolo a.C., che ha restituito materiale votivi, vasetti a vernice nera, ex voto fittili e monetazione. Nei pressi, in località Fonte Elia, sono ancora visibili i ruderi della chiesa monastica di Sancti Heliae.
Informazioni:  Municipio tel. 0863-948113